sabato 18 aprile 2009

Sogno di donna

Sabato 18 aprile 2009 alle 19.09

E' di questi giorni la notizia che si stà tenendo la manifestazione di Slow Fish, versione "marina" di Slow Food.

Slow Food = Cibo Lento

Slow Fish = Pesce Lento




il sogno di ogni donna direi














venerdì 17 aprile 2009

ICE che dice? bho!

Venerdì 17 aprile 2009 alle 23.31

Allora cari amici e passanti,
Martedì si parte, direzione Roma. Mercoledì mi aspetta il pre-esame per il concorso all'ICE (Istituto per il Commercio Estero ) dove sono disponibili 107 posti per la posizione di funzionario C1.

Ebbene, siamo più di 6.000 disperati () e per legge dobbiamo essere "sfoltiti".

Hanno quindi deciso di fare una preselezione con un test di tot domande da fare in tot tempo su tot materie, al Palalottomatica, 3 turni al giorno per 5 giorni

Le domande dovevano essere sulle materie dell'esame del concorso, ovvero:
- Marketing
- Economia Internazionale
- Geografia Economica
- Informatica

Per quanto riguarda informatica saprebbe rispondere anche mamma che non sa nemmeno dove sia il pulsante START.
Marketing non l'ho studiato, mi fa schifo l'ho capito quando mi sono addormentata sul libro
Economia Internazionale è la mia passione, ho fatto la tesi in economia internazionale, Geografia mi crea problemi, più che altro perchè nelle domande "tipo" di geografia economica ci sono robe come questa:
"Secondo le statistiche ILO del 2003, quali erano le percentuali di popolazione attiva in Cina nei tre principali settori?
A.
B.
C."


Fammi capire, io dove cavolo lo dovevo studiare?????? Come posso ricordarmi tutte le statistiche di tutti gli stati di tutti gli anni???

Insomma amici, pare proprio che martedì e mercoledì andrò a fare una scampagnata "dentro la porta" (visto che io vivo perennemente "fuori porta" ) con i miei ex colleghi di università e rivedo finalmente il mio migliore amico che viene da Reggio Calabria (Cumpà)

Domani e dopodomani e lunedì continuerò a leggere ancora le domande e farò come mi ha detto il Cumpà "Commmmmmare, lo sai che faccio iooo, me le studio a memoria e quello che mi ricordo lo scrivo, per il resto futtatinni"



martedì 14 aprile 2009

La ricostruzione a rischio clan ecco il partito del terremoto

Martedì 14 aprile 2009 alle 20.01

di ROBERTO SAVIANO

L'AQUILA - "Non permetteremo che ci siano speculazioni, scrivilo. Dillo forte che qui non devono neanche pensarci di riempirci di cemento. Qui decideremo noi come ricostruire la nostra terra...". Al campo rugby mi dicono queste parole. Me le dicono sul muso. Naso vicino al naso, mi arriva l'alito. Le pronuncia un signore che poi mi abbraccia forte e mi ringrazia per essere lì. Ma la sua paura non è finita con il sisma.

La maledizione del terremoto non è soltanto quel minuto in cui la terra ha tremato, ma ciò che accadrà dopo.
Gli interi quartieri da abbattere, i borghi da restaurare, gli alberghi da ricostruire, i soldi che arriveranno e rischieranno non solo di rimarginare le ferite, ma di avvelenare l'anima.
La paura per gli abruzzesi è quella di vedersi spacciare come aiuto una speculazione senza limiti nata dalla ricostruzione.
Qui in Abruzzo mi è tornata alla mente la storia di un abruzzese illustre, Benedetto Croce, nato proprio a Pescasseroli che ebbe tutta la famiglia distrutta in un terremoto.: "Eravamo a tavola per la cena io la mamma, mia sorella ed il babbo che si accingeva a prendere posto. Ad un tratto come alleggerito, vidi mio padre ondeggiare e subito in un baleno sprofondare nel pavimento stranamente apertosi, mia sorella schizzare in alto verso il tetto. Terrorizzato cercai con lo sguardo mia madre che raggiunsi sul balcone dove insieme precipitammo e io svenni". Benedetto Croce rimase sepolto fino al collo nelle pietre. Per molte ore il padre gli parlava, prima di spegnersi. Si racconta che il padre gli ripeteva una sola e continua raccomandazione "offri centomila lire a chi ti salva".

Gli abruzzesi sono stati salvati da un lavoro senza sosta che nega ogni luogo comune sull'italianità pigra o sull'indifferenza al dolore.
Ma il prezzo da pagare per questa regione potrebbe essere altissimo, ben oltre le centomila lire del povero padre di Benedetto Croce.
Il terrore di ciò che è accaduto all'Irpinia quasi trent'anni fa, gli sprechi, la corruzione, il monopolio politico e criminale della ricostruzione, non riesce a mitigare l'ansia di chi sa cosa è il cemento, cosa portano i soldi arrivati non per lo sviluppo ma per l'emergenza. Ciò che è tragedia per questa popolazione per qualcuno invece diviene occasione, miniera senza fondo, paradiso del profitto. Progettisti, geometri, ingegneri e architetti stanno per invadere l'Abruzzo attraverso uno strumento che sembra innocuo ma è proprio da lì che parte l'invasione di cemento: le schede di rilevazione dei danni patiti dalle case. In questi giorni saranno distribuite agli uffici tecnici comunali di tutti i capoluoghi d'Abruzzo. Centinaia di schede per migliaia di ispezioni. Chi avrà in mano quel foglio avrà la certezza di avere incarichi remunerati benissimo e alimentati da un sistema incredibile.

"Più il danno si fa grave in pratica, più guadagni", mi dice Antonello Caporale. Arrivo in Abruzzo con lui, è un giornalista che ha vissuto il terremoto dell'Irpinia, e la rabbia da terremotato non te la togli facilmente.
Per comprendere ciò che rischia l'Abruzzo si deve partire proprio da lì, dal sisma di 29 anni fa, da un paese vicino Eboli. "Ad Auletta - dice il vicesindaco Carmine Cocozza - stiamo ancora liquidando le parcelle del terremoto. Ogni centomila euro di contributo statale l'onorario tecnico globale è di venticinquemila". Ad Auletta quest'anno il governo ha ripartito ancora somme per il completamento delle opere post sisma: 80 milioni di euro in tutto. "Il mio comune ne ha ricevuti due milioni e mezzo. Serviranno a realizzare le ultime case, a finanziare quel che è rimasto da fare".
Difficile immaginare che dopo 29 anni ancora arrivino soldi per la ristrutturazione ma è ciò che spetta ai tecnici: il 25 per cento del contributo. Ci si arriva calcolando le tabelle professionali, naturalmente tutto è fatto a norma di legge. Costi di progettazione, di direzione lavori, oneri per la sicurezza, per il collaudatore. Si sale e si sale. Le visite sono innumerevoli. Il tecnico dichiara e timbra. Il comune provvede solo a saldare.

Il rischio della ricostruzione è proprio questo. Aumenta la perizia del danno, aumentano i soldi, gli appalti generano subappalti e ciclo del cemento, movimento terre, ruspe, e costruzioni attireranno l'avanguardia delle costruzioni in subappalto in Italia: i clan.
Le famiglie di camorra, di mafia e di 'ndrangheta qui ci sono sempre state. E non solo perché nelle carceri abruzzesi c'è il gotha dei capi della camorra imprenditrice. Il rischio è proprio che le organizzazioni arrivino a spartirsi in tempo di crisi i grandi affari italiani. Ad esempio: alla 'ndrangheta l'Expo di Milano, e alla camorra la ricostruzione in subappalto d'Abruzzo.

L'unica cosa da fare è la creazione di una commissione in grado di controllare la ricostruzione.
Il presidente della Provincia Stefania Pezzopane e il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente sono chiari: "Noi vogliamo essere controllati, vogliamo che ci siano commissioni di controllo...".
Qui i rischi di infiltrazioni criminali sono molti. Da anni i clan di camorra costruiscono e investono. E per un bizzarro paradosso del destino proprio l'edificio dove è rinchiusa la maggior parte di boss investitori nel settore del cemento, ossia il carcere de L'Aquila (circa 80 in regime di 416 bis) è risultato il più intatto. Il più resistente.

I dati dimostrano che la presenza dell'invasione di camorra nel corso degli anni è enorme. Nel 2006 si scoprì che l'agguato al boss Vitale era stato deciso a tavolino a Villa Rosa di Martinsicuro, in Abruzzo. Il 10 settembre scorso Diego Leon Montoya Sanchez, il narcotrafficante inserito tra i dieci most wanted dell'Fbi aveva una base in Abruzzo. Nicola Del Villano, cassiere di una consorteria criminal-imprenditoriale degli Zagaria di Casapesenna era riuscito in più occasioni a sfuggire alla cattura e il suo rifugio era stato localizzato nel Parco nazionale d'Abruzzo, da dove si muoveva, liberamente. Gianluca Bidognetti si trovava qui in Abruzzo quando la madre decise di pentirsi.
L'Abruzzo è divenuto anche uno snodo per il traffico dei rifiuti, scelto dai clan per la scarsa densità abitativa di molte zone e la disponibilità di cave dismesse. L'inchiesta Ebano fatta dai carabinieri dimostrò che alla fine degli anni '90 vennero smaltite circa 60.000 tonnellate di rifiuti solidi urbani provenienti dalla Lombardia. Finiva tutto in terre abbandonate e cave dismesse in Abruzzo. Dietro tutto questo, ovviamente i clan di camorra.

Sino ad oggi L'Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni. Proprio perché mancava la possibilità di grandi affari. Ma ora si apre una miniera per le imprese.
La solidarietà per ora fa argine ad ogni tipo di pericolo.
Al campo del Paganica Rugby mi mostrano i pacchi arrivati da tutte le squadre di rugby d'Italia e i letti allestiti da rugbisti e volontari. Qui il rugby è lo sport principale, anzi lo sport sacro. Ed è infatti la palla ovale che alcuni ragazzi si lanciano in passaggi ai lati delle tende, che mi passa sulla testa appena entro. Ed è dal rugby che in questo campo sono arrivati molti aiuti. La resistenza di queste persone è la malta che unisce volontari e cittadini.
È quando ti rimane solo la vita e nient'altro che comprendi il privilegio di ogni respiro. Questo è quello che cercano di raccontarmi i sopravvissuti.

Il silenzio de L'Aquila spaventa.
La città evacuata a ora di pranzo è immobile. Non capita mai di vedere una città così. Pericolante, piena di polvere. L'Aquila in queste ore è sola. I primi piani delle case quasi tutti hanno almeno una parte esplosa.
Avevo un'idea del tutto diversa di questo terremoto. Credevo avesse preso soltanto il borgo storico, o le frazioni più antiche. Non è così. Tutto è stato attraversato dalla scossa.

Dovevo venire qui. E il motivo me lo ricordano subito: "Te lo sei ricordato che sei un aquilano..." mi dicono. L'Aquila fu una delle prime città anni fa a darmi la cittadinanza onoraria. E qui se lo ricordano e me lo ricordano, come un dovere: presidiare quello che sta accadendo, raccontarlo. Tenere memoria.
Mi fermo davanti alla Casa dello studente. In questo terremoto sono morti giovani e anziani. Quelli che a letto si sono visti crollare il soffitto addosso o sprofondare nel vuoto e quelli che hanno cercato di scappare per le scale, l'ossatura più fragile del corpo d'un palazzo.

I vigili del fuoco mi fanno entrare ad Onna. Sono fortunato, mi riconoscono, e mi abbracciano. Sono sporchi di polvere e soprattutto fango. Non amano che si ficchino i giornalisti dappertutto : "Poi li devo andare a pescare che magari cade un soffitto e rimangono incastrati" mi dice un ingegnere romano Gianluca che mi fa un regalo che avrebbe fatto impazzire qualsiasi bambino, un elmetto rosso fuoco dei Vigili. Onna non esiste più. Il termine macerie è troppo usato. È come se non significasse più nulla. Mi segno sulla moleskine gli oggetti che vedo. Un lavabo finito a terra, un libro fotocopiato, un passeggino, ma soprattutto lampadari, lampadari, lampadari. In verità è quello che non vedi mai fuori da una casa. E invece qui vedi ovunque lampadari. I più fragili, gli oggetti che per primi hanno dato spesso inutilmente l'allarme del terremoto. È una vita ferma e crollata. Mi portano davanti la casa dove è morta una bambina. I vigili del fuoco sanno ogni cosa. "Questa casa vedi, era bella, sembrava ben fatta, invece era costruita su fondamente vecchie". Si è fatto poco per controllare...

La dignità estrema di queste persone me la raccontanoi vigili del fuoco: "Nessuno ci chiede niente. È come se per loro bastasse essere rimasti in vita.
Un vecchietto mi ha detto: mi puoi chiudere le finestre sennò entra la polvere. Io sono andato ho chiuso le finestre ma alla casa mancano tetto e due pareti. Qui alcuni non hanno ancora capito cosa è stato il terremoto".
Franco Arminio uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato scrive in una sua poesia: "Venticinque anni dopo il terremoto dei morti sarà rimasto poco. Dei vivi ancora meno".
Siamo ancora in tempo perché in Abruzzo questo non accada. Non permettere che la speculazione vinca come sempre successo in passato è davvero l'unico omaggio vero, concreto, ai caduti di questo terremoto, uccisi non dalla terra che trema ma dal cemento.

La Repubblica.it

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Grazie Roberto.

sabato 11 aprile 2009

Abruzzo, il pudore del dolore

Sabato 11 aprile 2009 alle 12.30

di TONY CAPUOZZO

Non sono tipo da funerali, io.
Mi manca la voce adatta, la faccia di circostanza.
Con gli anni, faccio fatica a resistere alla commozione, come succede ai vecchi. E così sono andato malvolentieri a Coppito, nella grande piazza d’armi della Scuola della Guardia di Finanza.
So che i rituali aiutano a mettere un punto fermo, a ritrovare un ordine nelle cose, nelle vie e nelle morti quando quest’ordine è sconvolto.
Ma stavolta, forse, è stato un po’ diverso.
Forse quella distesa di bare, tra le quali le uniche che sembravano mantenere una loro individualità irripetibile erano quelle bianche dei bambini.
Forse quel coro silenzioso di familiari.
Forse il fatto che lo Stato fosse tutto lì, come una cosa tangibile, ma quasi in punta di piedi, un po’ a lato, e fossero uno Stato, un governo, un’opposizione, e istituzioni locali che finora hanno fatto alacremente la loro parte.
Forse il fatto che l’arcivescovo abbia chiamato per nome alcune delle vittime.
Sta di fatto che la cerimonia funebre nonostante fosse quasi schiacciata da quei numeri troppo grandi, è riuscita a mantenere un suo carattere intimo, nel quale la solennità non sopraffaceva il carattere provinciale, e spesso campestre di un addio difficile.
Ho girato alla larga dai feretri bianchi, e distolto lo sguardo dai peluche e dai giocattoli, ma ho avuto un nodo in gola quando ho visto stretti nelle mani come un attrezzo da lavoro un mazzo di fiori che non aveva nulla dell’ufficialità delle corone, ma che era stato composto a fatica, in una città in cui non si trovano neanche le sigarette.
Mi sono vergognato dei miei abiti ormai veterani di fango e polvere, quando ho visto gente che non ha niente vestita come si deve a un funerale, con l’abito migliore, quello dell’addio.
E a conferire questo carattere intimo era, ancora più che il dolore rappreso dei familiari, la distesa di persone qualunque, un popolo di sopravvissuti, ma non piegato.
Ho seguito le omelie, e i cori, e malvolentieri la chitarra che invece forse non sarebbe dispiaciuta ai tanti giovani racchiusi in quei feretri, ma ho trovato che il momento più vero, più alto, più insopportabile della cerimonia fosse quella benedizione dei feretri, interminabile, che accomunava vite tanto diverse. Qualcuno, al microfono, ha ricordato quella di Marco, il vigile del fuoco venuto da Bergamo a morire qui. Avrebbero potuto ricordare qualunque di quelle vite, da Luca il ragazzo padre di vent’anni al giocatore di rugby, dal bambino albanese alle coppie morte abbracciate. Perché un terremoto è come un ponte di San Luis Rey, che crolla e fa incrociare i destini più diversi, come in una Pompei che ferma tutto, lo inchioda in pochi secondi definitivi. Come se fosse uno spaccato (posso usarla, qui, questa parola ? ) di una società, tra le duecento e dieci bare ce n’erano sei di vite musulmane.
Pregarle nella loro fede è stata la miglior risposta a quei siti fondamentalisti che hanno festeggiato il sisma come una vendetta di Dio.
Alla fine non è stata una di quelle cerimonie che non vedi l’ora finiscano e anzi la gente indugiava a prestarsi al congedo ultimo, incerta sul piazzale, e aiutata dalla difficoltà a districarsi di tanti cortei funebri diversi, in quell’ingorgo di dolore. Ma quando ho visto un gruppetto di suore, nella fiumana che si allontanava, sorridere non ho potuto fare a meno di ringraziarle, usando un termine che mi è improprio: grazie per la vostra letizia, sobria e per niente cardinalizia. Perché non avevo altre parole per esprimere riconoscenza per avermi risparmiato un addio di retorica e pompa, di dolore sbandierato ed eterne promesse.
Domani è Pasqua. Non dico resurrezione, mi accontento di rinascita, ecco i miei auguri, grato a questi abruzzesi che avranno pure sfornato D’Annunzio ma anche John Fante, e non applaudono ai funerali.


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Grazie Tony, sempre il migliore...

venerdì 10 aprile 2009

Enjoy the Silence

Venerdì 10 aprile 2009 alle 9.40


Quante cose vorrei dire...
A quante persone vorrei dirle...

Ma oggi è solo il momento del dolore, del silenzio, della dignità, dell'umiltà, del ringraziamento corale a tutti coloro che sono in prima linea per aiutarci, per cercare di alleviare le sofferenze più immediate.


Tra poco vedrò in tv la mia gente piangere, la vedrò con gli occhi persi nel vuoto, con le lacrime a rigare visi e ad arrossire occhi ormai gonfi di stanchezza e di rassegnazione.

A voi tutti rivolgo la mia preghiera, a voi tutti il mio pensiero...