martedì 11 gennaio 2011

L'apoteosi dell'assurdità

Martedì 11 gennaio 2011 alle 17.14

Il divieto di commercializzazione di shoppers in polietilene dal 1° gennaio 2011 probabilmente è giuridicamente illegale

Secondo uno studio effettuato dal servizio affari legali del Consorzio C.A.R.P.I. la disposizione di cui alla Legge 296/06 (finanziaria 2007) commi 1129, 1130 e 1131, in base alla quale dal 1° gennaio 2011 sarebbe vietata la commercializzazione delle buste per asporto delle merci in materiali non biodegradabili, potrebbe non essere efficace e validamente applicabile.

La lettura dei commi 1129 e 1130 dell’ articolo 1 della “Finanziaria 2007” fa sorgere alcuni dubbi circa l’immediata applicabilità del divieto di commercializzazione dei sacchetti di plastica non biodegradabili. Tale dubbio parrebbe superato dal recentecomunicato (30 dicembre 2010) del Ministero dello Sviluppo economico. Si osserva, inoltre, che alcuni Comuni hanno già adottato disposizioni, con relative sanzioni, per punire i soggetti che commercializzano ancora sacchetti prodotti in materiale non biodegradabile. Peraltro si osserva che un’analoga disposizione approvata in Francia è stata censurata dalla Commissione UE. A quanto a noi risulta, il divieto della commercializzazione buste in plastica non biodegradabile non è previsto da alcuna Direttiva comunitaria (contrariamente a voci fatte circolare in proposito).

Le considerazioni che seguono, tuttavia, prescindono da qualunque argomento giuridico di diritto interno, dal momento che la nostra tesi è quella di ritenere la normativa italiana non applicabile per la violazione di superiori disposizioni comunitarie.

La disposizione italiana che interessa può essere qualificata come una regola tecnica dal momento che vieta la commercializzazione di un prodotto. La giurisprudenza della Corte di giustizia si è già pronunciata sulla natura di regola tecnica di tali disposizioni (Corte di giustizia sentenza del 21 aprile 2005, c 267/03).

La direttiva 98/34/Ce dispone che ogni progetto di regola tecnica, deve essere notificato alla Commissione, ai sensi della direttiva medesima, prima della sua adozione (cfr. artt. 1e 8 direttiva 98/34/Ce). In sintesi, il progetto di legge contenente le disposizioni di cui si discute avrebbe dovuto essere notificato dal Governo italiano alla Commissione. Non risulta, e peraltro nella legge non vi è traccia di tale passaggio, che l’adempimento sia stato soddisfatto.

La Corte di giustizia ha precisato, sin dalla seconda metà degli anni ’90 (sentenza del 30 aprile 1996, c-194/94), che il mancato adempimento dell’obbligo di comunicazione di una regola tecnica è un vizio procedurale sostanziale, atto a rendere la regola tecnica non comunicata alla competente istituzione europea, inapplicabile.

Peraltro, la Corte di giustizia si è già occupata di un caso simile, ribadendo il principio sopra esposto (Corte di giustizia, sentenza dell’08 settembre 2005, c 303/04).

In conclusione, riteniamo che la disposizione di cui si discute, se non correttamente notificata in sede europea, non possa produrre effetti giuridici.

Non vi è dubbio che l’utilizzo indiscriminato di plastica “vergine” non giova all’ambiente poiché i relativi rifiuti certamente inquinano, ma proprio per ovviare a tale problema esiste il riciclo della plastica

In plastica riciclata si ottengono prodotti tecnicamente efficienti ed economici senza attingere a fonti non rinnovabili, anzi trasformando il rifiuto (plastico) da problema a risorsa

Per tale motivo ha destato preoccupazione la disposizione secondo cui dal 1° gennaio 2011 sarebbe vietata la commercializzazione delle buste per asporto delle merci (shoppers) in materiali non biodegradabili, preoccupazione per due ragioni:

1. in buona parte i sacchetti in plastica sono realizzati a partire da granulo di PE rigenerato, dunque la disposizione chiuderebbe un importante sbocco di mercato all’attività dei riciclatori

2. in buona parte i riciclatori producono il granulo rigenerato a partire da scarti di produzione di chi fabbrica sacchetti in plastica, dunque la disposizione chiuderebbe un’importante fonte di approvvigionamento di materia prima per i riciclatori

In sintesi in circuito virtuoso (materia prima vergine / prodotto / rifiuto – sottoprodotto / materia prima seconda / nuovo prodotto) potrebbe essere interrotto in favore di un materiale, la bio plastica che:

•non è riciclabile
•ha caratteristiche tecniche inferiori ed un costo superiore alla plastica tradizionale
•comporta un importante consumo di territorio e di acqua (si stima che per realizzare
•l’equivalente delle 200.000 ton/anno di shoppers in bio plastica si dovrebbero coltivare non
•meno di 300.000 ettari di terreno ed impiegare ca 1.200.000.000 m3 di acqua)
•se non correttamente gestita, una volta rifiuto, comporta emissione di metano (20 / 25
•volte più dannoso della CO2)
•favorisce le importazioni da paesi extra UE a scapito dell’industria Italiana

Per tale motivo, il consorzio C.A.R.P.I. ha interpellato i propri consulenti legali che hanno concluso per una quasi certa inapplicabilità del divieto di commercializzazione di buste in polietilene.

La vera alternativa ambientale agli shoppers monouso in plastica vergine sono borse o reti riutilizzabili in plastica riciclata (conformemente alle disposizioni comunitarie)

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Questo è l'unico paese (lettera minuscola voluta) in cui ci si adegua ad una normativa comunitaria violando i suoi principi cardine.
Se dovessimo vincere il ricorso e dovessero ritirare il COMUNICATO STAMPA (perchè vi ricordo che non c'è una legge al momento, nè decreti attuativi per quella del 2006), chi ci ripagherà del maltolto di mesi?

ASSURDO.

Che vengano a chiedere il voto..sono pronta con la fiocina..

lunedì 10 gennaio 2011

Unionplast risponde.

Lunedì 10 gennaio alle 20.04

Sacchetti al bando, Unionplast: "Si rischiano 5000 posti di lavoro e mancano biopolimeri"

Le indicazioni dei Ministeri non chiariscono gli interrogativi e le preoccupazioni dei produttori. Intervista a Enrico Chialchia, Direttore di Unionplast:"La disponibilità di bioresine per la produzione di sacchetti biodegradabili non è sufficiente per riconvertire il settore. Il bando si traduce in almeno 5.000 persone senza lavoro"

D: Direttore Chialchia, alla luce dell’entrata in vigore del bando, Unionplast intende intraprendere azioni legali?

Impugnando un comunicato stampa?
Rendiamoci conto della situazione: il decreto è entrato in vigore da dieci giorni e i Ministeri si sono limitati alla diffusione di un comunicato stampa che ha gettato nel caos un intero settore. Stiamo parlando di 5.000 lavoratori a casa, in un Paese in cui l’occupazione e il diritto al lavoro dovrebbero essere al centro dell’interesse nazionale, e invece evidentemente non importa a nessuno. Come associazione valuteremo le prossime azioni, nulla è ancora stato deciso, anche perché siamo nell’imbarazzo di trovarci davanti ad un comunicato che interpreta la legge.
Io aspetterei a parlare di ricorsi perché la situazione è caotica: piuttosto sarebbe necessario un tavolo di confronto con i Ministeri e anche con Legambiente, per capire come uscirne proteggendo l’ambiente ma anche i lavoratori, che da un giorno all’altro si trovano in cassa integrazione.
Oltretutto il comunicato faceva riferimento unicamente allo smaltimento delle scorte dei commercianti, non a quelle dei produttori, che hanno investito centinaia di migliaia di euro in quelle giacenze.

D: Lei ritiene possibile una riconversione delle aziende nella produzione di sacchetti biodegradabili, per salvare i posti di lavoro?

Io ritengo sia importante cercare un confronto sul tema bioplastica, che dal mio punto di vista vale tanto quanto la plastica, tant’è che tre anni fa ho creato per mia volontà all’interno dell’associazione il gruppo Unionbioplast, che riunisce un gruppo importante di aziende che producono e distribuiscono il biopolimero.
E’ senz’altro opportuno un confronto per studiare nuove applicazioni tecnologiche, ma la verità è che al momento non c’è una sufficiente disponibilità di biopolimeri.
Produrre queste bioresine non è come stampare un sacchetto, non è certo alla portata di piccoli produttori. Non è un caso se al mondo possiamo contare al massimo su una decina di aziende produttrici di biopolimeri, e si tratta di grandi aziende. La stessa Novamont, che ha dato ampie rassicurazioni sulla propria disponibilità, rassicurazioni che io ho apprezzato, non può però certamente rifornire un intero mercato nazionale.

Le aziende non hanno scartato il biodegradabile per ragioni ideologiche, o per disinformazione: i media hanno dato risalto alle campagne di Legambiente, e alle raccolte firme per l’abolizione del sacchetto. Si sono invece confrontate con il mercato, e quello dei polimeri biodegradabili non è stato un mercato molto favorevole fino ad ora, ma soprattutto con la scarsa disponibilità di materiale, che è un problema reale e concreto.

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Io avevo parlato di 2000 posti di lavoro, non era incluso l'indotto dei grossisti che, come i produttori, non possono smaltire le scorte a causa di un COMUNICATO STAMPA..

Oggi hanno chiamato un paio di clienti che mi chiedevano come fare perchè i loro clienti (i negozi) possono dare i sacchetti solo a titolo gratuito (e non capisco il perchè, visto che li hanno acquistati) non per legge, ma per un comunicato stampa.
Non sono previste nemmeno sanzioni.
Il sindaco di Paperopoli avrebbe fatto molto meglio di questi cialtroni stra-stipendiati da NOI..


Il "giallo" dei sacchetti di plastica

Lunedì 10 gennaio 2011 alle 13.24

Le vecchie buste sono illegali dal primo gennaio.
I consumatori: dubbi sullo smaltimento, rischio far west

MILANO - Il dubbio è tutto nell'arco di tempo: quanto rimane per smaltire le scorte di sacchetti di plastica? Se lo chiedono le associazioni dei consumatori, preoccupate del fatto che mancano ancora i decreti attuativi del Milleproroghe che ha messo al bando le shopper «a canottiera».

Dal primo gennaio è vietato vendere le buste di plastica: ma chi trasgredisce con quale sanzione sarà punito? Non si sa. E poi, chi controlla? Il presidente di Assoconsumatori, Alessandro Miano, affila le unghie: «C'è tempo fino alla fine dell'anno, ma è chiaro che uno smaltimento scorte che si trascini troppo a lungo potrebbe indurre a pensare male: e se nascondesse altro? Distribuire gratuitamente borse di plastica con il marchio sopra, per esempio. Perché, a quel punto, dovremmo comprare borse meno resistenti e più care, come quelle biodegradabili? Vigileremo: ci rivolgeremo al Gran giurì della pubblicità».

A pochi giorni dall'entrata in vigore del decreto il quadro comincia a farsi meno chiaro.
Claudia Chiozzotto di Altroconsumo apre altri scenari: «Questo divieto è una pura formalità: la plastica viene già riciclata e in un Paese che fa la raccolta differenziata, il problema non dovrebbe neanche esserci. Per giunta, arriviamo sul tema un anno dopo il resto d'Europa; il lato positivo è che scoraggia il consumo di borse usa e getta.Abbiamo già in programma un test sulle nuove plastiche usate a contatto con gli alimenti: siamo sicuri che i materiali ecologici siano innocui?». Federconsumatori e Adusbef fin da subito hanno levato gli scudi, prima contro il possibile slittamento del divieto, preoccupate del fatto che ogni anno si sono prodotte oltre 260 mila tonnellate di sacchetti di plastica, con un consumo di petrolio pari a quello di 160mila automobili.

Ora Marisa Costelli, avvocato, responsabile Adusbef Lombardia lamenta «la poca informazione data ai consumatori, la grande distribuzione si è attrezzata, i piccoli e medi commercianti sono arrivati un po' allo sbando», e vede un doppio problema: «Si perderà almeno un anno per i decreti attuativi, perché anche la burocrazia in Italia inquina». Il che, aggiunto alla «difficoltà di fare i controlli», potrà portare a un periodo di «far west», con inconvenienti come la pubblicità selvaggia. Il comunicato del Ministero dell'ambiente non aiuta: «Resta consentito lo smaltimento delle scorte in giacenza negli esercizi artigianali e commerciali alla data del 31 dicembre 2010, purché la cessione sia operata in favore dei consumatori ed esclusivamente a titolo gratuito». Dice anche che sarà il ministero «in collaborazione con le autorità competenti» a effettuare i controlli.

Andrea Poggio (figliodiputtana), vicedirettore di Legambiente, smorza i toni: «Non vedo tutto questo allarmismo, in quasi tutti i supermercati milanesi le scorte di sacchetti di plastica sono già esaurite. Potranno durare più a lungo nei negozi di prossimità, ma non credo che qualcuno potrà approfittarne per farsi pubblicità. Questo decreto era necessario, la rivoluzione era già in corso». Il 73% di chi ha partecipato al referendum dell'associazione ambientalista, a fine novembre, si è detto favorevole alle sportine riutilizzabili. Cristiano Maccabruni del Movimento consumatori è ottimista. «C'è tutto un anno per smaltire le scorte, ma alcune catene di super e iper hanno già iniziato a sostituire i sacchetti di plastica con quelli bio fin dai mesi scorsi. Per ora, non abbiamo ricevuto nemmeno lamentele sui prezzi. I sacchetti biologici sono più cari di quelli di plastica, ma i consumatori sono ormai abituati».

Olga Piscitelli
05 gennaio 2011

Fonte: Corriere della Sera

domenica 9 gennaio 2011

Lo shopper riciclato prende piede

Domenica 09 gennaio 2011 alle 15.20

Non ci sono solo polietilene e biopolimeri.

Il sacchetto della spesa è più green anche se viene prodotto partendo da plastiche provenienti da sfridi e rifiuti, opzione che si sta diffondendo in tutta Europa, Italia compresa.
Soluzione però non contemplata dalla norma che vuole mettere al bando gli shopper usa-e-getta non biodegradabili.

Il conto lo ha fatto IPPR - Istituto per la promozione delle plastiche da riciclo: le catene della grande distribuzione che alle casse propongono come opzione verde sacchetti per la spesa in plastica riciclata sono ormai una trentina in tutta Europa.
Due in Svezia (Lindex e ICA), sette in Germania (Lidl, Saturn, Aldi, Kaufland, Norma, DM, C & A ), altrettante in Gran Bretagna (Avon, Marks and Spencer, Harrod's, Tesco, Asda, Morrison's, PC City), sei in Francia (Leclerc, Castorama, FNAC, Carrefour, Auchan, Sistem U ), una rispettivamente in Danimarca (Best Seller) e in Finlandia (Kesko).

Anche in Italia. Ma non mancano le grandi catene GDO presenti in Italia, nonostante la spada di Damocle della messa al bando di tutti i sacchetti non biodegradabili (quindi anche quelli riciclati) in arrivo con il nuovo anno.
Una scelta adottata nel nostro paese da Esselunga, Crai, Leroy Merlin, Brico Center, Sigma, In's, Lidl, Calzedonia, Librerie Giunti al Punto, Feltrinelli e Gabrielli. per citare i nomi più noti.

Shopper in plastica riciclata distribuiti in Finlandia da Kesko FoodGarantisce PSV.

La conta è stata fatta da IPPR in quanto l'Istituto garantisce dal 2004 con il marchio ecologico ",Plastica Seconda Vita" i contenuto di materiale riciclato di numerosi prodotti, compresi i sacchetti per la spesa, che per fregiarsi del "bollino verde" devono essere prodotti con almeno il 65% di plastiche rigenerate, anche se in alcuni casi questa percentuale raggiunge il 90%.

"Mentre il nostro Paese vorrebbe adottare soluzioni giuridicamente discutibili per mettere al bando tutti i sacchetti in plastica, consumatori e grandi marchi, in Italia e all'Estero, già si avvalgono ogni giorno di una soluzione realmente amica dell'ambiente: il sacco in plastica realizzato riciclando rifiuti in plastica, senza disagi per l'industria e per i consumatori", afferma non senza polemica l'Istituto.

Sull'impiego di shopper riciclati si era spesa nei mesi scorsi anche Unionplast - in rappresentanza dei produttori di sacchetti - che, pur ritenendo sostanzialmente inefficace il bando agli shopper contenuto nella Legge finanziaria del 2007 - che dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2011 dopo una prima proroga varata nel dicembre 2009 -, aveva chiesto l'applicazione di norme incentivanti per gli shopper prodotti con plastica riciclata.

Arriva il bando? Il futuro del bando, nel frattempo, resta incerto.

E' atteso proprio in questi giorni il decreto "milleproroghe" che potrebbe contenere qualche indicazione sulle intenzioni del Governo. Dalle dichiarazioni fatte nelle scorse settimane dal Ministro dell'Ambiente, sarebbe da escludersi un ulteriore rinvio, mentre è più plausibile lo scaglionamento del divieto nel corso dell'anno per dar tempo ai negozianti di esaurire le scorte e ai produttori di sacchetti di riorganizzare le linee di estrusione, dando maggior spazio ai biopolimeri. Cosa per altro non così semplice da attuarsi, considerando che la produzione a livello mondiale di plastiche biodegradabili per film non sarebbe comunque sufficiente a coprire la sola domanda italiana di sacchetti.

www.plasticaverde.eu

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Ovviamente sapete INVECE cosa è accaduto davvero.

sabato 8 gennaio 2011

Il "Fallimento di Stato" e il silenzio di media e dei sindacati

Sabato 08 Gennaio 2011 alle 19.09


Quello che leggerete è qualcosa che i vostri gruppi Antiquesto, Proquestaltro,ControInformaCazzi e (Dis)informarePerStiMazzi, non scriveranno mai.

Perchè è da fighi infarcirsi la bocca con BIO-CAZZATE, con parole comesolidarietà, con il sostegno agli operai (ma solo se sono Fiat o metalmeccanici).

Lo Stato Italiano ha decretato la chiusura di circa 80 aziende e il licenziamento di circa 2000 persone (indotto escluso).

Vi starete chiedendo come mai non ne parli nessuno. In realtà ne hanno parlato per mesi, dando voce solo ad una delle campane ovvero quella ECO-BIO-AMBIENTALISTA.

I tg, i programmi, i giornali hanno tuonato per mesi "Finalmente stop allo shopper in plastica". Detto fatto, la Prestigiacomo ha puntato i suoi piedini dorati e in Consiglio dei Ministri ha detto "Nessuna ulteriore proroga".

Nel giro di 24h ha messo in crisi un intero settore per un capriccio pseudo-verde e ora vi spiego perchè.

Hanno bandito lo shopper in plastica affermando di doverlo sistituire con quelli in Mater-Bi (o farina di mais) oppure con le borse di tela, stoffa etc. senza considerare le altre possibilità, ovvero gli additivi utilizzati largamente per la produzione di altri contenitori plastici.

Il decreto di Pecoraro Scanio, incluso nella legge 296 del 2006, artt. 1129 e 1130 afferma:

1129. Ai fini della riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, del rafforzamento della protezione ambientale e del sostegno alle filiere agroindustriali nel campo dei biomateriali, è avviato, a partire dall’anno 2007, un programma sperimentale a livello nazionale per la progressiva riduzione della commercializzazione di sacchi per l’asporto delle merci che, secondo i criteri fissati dalla normativa comunitaria e dalle norme tecniche approvate a livello comunitario, non risultino biodegradabili.

1130. Il programma di cui al comma 1129, definito con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio del Mare e con il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, da adottare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge previo parere delle competenti Commissioni parlamentari, è finalizzato ad individuare le misure da introdurre progressivamente nell’ordinamento interno al fine di giungere al definitivo divieto, a decorrere dal 1 gennaio 2010, della commercializzazione di sacchi non biodegradabili per l’asporto delle merci che non rispondano entro tale data, ai criteri fissati dalla normativa comunitaria e dalle norme tecniche approvate a livello comunitario.”

La norma prendeva le mosse da una direttiva comunitaria la UNI EN 13432, una norma armonizzata, ossia che fornisce presunzione di conformità alla Direttiva Europea 2004/12/CE che modifica la direttiva 94/62/CE 94/62 EC, sugli imballaggi e rifiuti da imballaggio.

Orbene, nei 2 articoli era espressamente scritto: l'avvio di un programma sperimentale volto alla progressiva riduzione della commercializzazione di sacchi per l’asporto delle merci non biodegradabili, nonché il rinvio a due decreti ministeriali, mai pubblicati, da adottare entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge (quindi, entro il 30 aprile 2007); questi avrebbero dovuto individuare misure “da introdurre progressivamente nell’ordinamento interno al fine di giungere al definitivo divieto, a decorrere dal 1 gennaio 2010, della commercializzazione di sacchi non biodegradabili per l’asporto delle merci”.

Nelle intenzioni del legislatore, lo slittamento di un anno (vista la proroga successiva che portava il termine al 1° gennaio 2011) avrebbe dovuto , quindi, consentire di adeguare le strutture produttive e distributive alla nuova disciplina considerata “la non semplice definizione sul piano operativo del programma” e per consentire, si legge nella relazione “un impatto morbido sul sistema produttivo e di distribuzione commerciale”.

TUTTO QUESTO NON C'E' MAI STATO! Nessuna transizione, nessuna sperimentazione, nessun finanziamento o "ecoincentivo alla conversione".

A 10 giorni dal divieto ASSOLUTO di "produzione, commercializzazione, utilizzo", nessuno sa dare informazioni ai produttori che, non solo saranno costretti a chiudere e dichiarare fallimento, perdendo tutto ciò per il quale hanno lavorato una vita, ma sono stati messi nell'impossibilità di smaltire le scorte di magazzino, possibilità che è stata data solo ai commercianti.

Pensate davvero di esservi liberati delle buste di plastica?

I-L-L-U-S-I!

  • Inizierete ad acquistare (o lo fate già) i sacchi neri/colorati/profumati/cinesi per la spazzatura, ma quello è lo stesso materiale utilizzato per gli shopper.
  • i sacchetti per la congelazione sono plastica, la stessa degli shopper.
  • quei foglietti che utilizzano al banco gastronomia dopo aver affettato il prosciutto/salame/mortadella, sono della stessa plastica degli shopper. Ed anche la carta nella quale sono arrotolati ha la componete di plastica.
  • le buste utilizzate per il sottovuoto o per riporre gli abiti negli armadi sono della stessa plastica degli shopper.
  • Sono della stessa plastica degli shopper anche le bustine che contengono le mozzarelle, l’involucro che tiene insieme le bottiglie di acqua/coca cola/fanta/sprite/pepsi-cola/7up/oransoda/lemonsod- a/e tutto quello che vi viene in mente.
  • sono di plastica gli involucri delle merendine, quelli della pasta, quelli delle buste da lettera con finestrella, quelli degli affettati già confezionati, dei saponi e dei detersivi in polvere. Sono di plastica anche quelle simpaticissime bolle che scoppiavamo da piccoli (e io anche da grande). Sono di plastica anche le bustine nelle quali si trovano i cellulari, i pc, i televisori, i telefoni, i fax. E’ plastica anche quella che utilizzate per rilegare i libri dei vostri figli o i vostri. Sono fogli di plastica anche quelli che vengono tanto sfruttati a Natale per confezionare i cesti e i vostri regali.
  • Non esiste in circolazione il Mater-Bi. La Novamont (che detiene il brevetto) ha specificato che la produzione attuale, che costa 4 volte il polietilene, è sufficiente per 11 produttori in TUTTA EUROPA.

In Francia una legge simile è stata rigettata dall'Unione Europea perchè contraria al principio di libera circolazione delle merci.

Hanno provato, successivamente, ad imporre una tassa sugli shopper, rigettata dal Senato francese con queste motivazioni:

"Le motivazioni portate in Senato per respingere l’eco-tassa

Gli argomenti utilizzati in Senato per respingere questa imposta sono stati sostanzialmente tre.

1. L’occupazione. Secondo alcuni senatori è fondamentale difendere piccole e medie imprese specializzate nella produzione di sacchetti di plastica e i loro subappaltatori. Françoise Gerardi, Segretaria Generale di Elipso, il sindacato delle imprese di imballaggio plastico, ha ricordato che «le linee di produzione stanno scomparendo dalla Francia, uno dei pochi paesi ad avere un’industria nazionale del settore. Oggi viene tutto importato dall’Asia».

2. Evitare la politica del “bastone”. Senza tassa il numero di sacchetti di plastica è sceso di un decimo rispetto al 2002. Bisogna dunque avere fiducia nei supermercati, che hanno promesso di fare scomparire del tutto gli shoppers usa e getta entro la fine del 2011, secondo le dichiarazioni di Jérôme Bédier, Presidente della Fédération des entreprises du commerce et de la distribution (FCD).

3. La difesa delle piccole imprese. Una tassa non penalizza la grande distribuzione, che troverebbe comunque delle soluzioni alternative, ma i piccoli commercianti, il cui ruolo è molto prezioso per fare vivere i quartieri cittadini."

(Fonte: http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=104631)

In Italia invece si fa la solita legge all'italiana, senza pensare alle conseguenze e, cosa più importante, senza responsabili. Già, perchè da 9 giorni il Ministero dell'Ambiente e quello dello Sviluppo economico adducono scuse di "non competenza in materia"...chi cazzo l'ha firmata la legge? IO?!?!?!

Inoltre nessuno ha parlato del fatto che Obama (green da sempre) ha stanziato 50 milioni di dollari per un progetto di produzione riciclata della plastica, ovvero, i sacchetti dovranno essere prodotti con almeno il 40% di plastica riciclata. E, sempre in America, in California precisamente, è stato bocciato il bando allo shopper di plastica per non gravare ulteriormente sulla già disastrosa situazione economica.

(Fonte: http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=104817)

Nessuno parla degli studi effettuati sulle borse belle colorate di tela che potete portare al mercato: Studi hanno dimostrato la loro tossicità, dovuta ai colori utilizzate per produrle. Già, perchè sapete da dove arriva l'80% di quelle borsine? CINA!

(Fonte: http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=104411)

Inoltre in italia solo il 30% della popolazione è coinvolta nella raccolta differenziata dell'umido organico, per il quale sono necessarie le buste in Mater-Bi, totalmente inutili nella raccolta di tutto il resto dei materiali.

E ora cosa farete? Vi schiererete a favore degli operai del settore? Farete girare la notizia oppure farete come tutti coloro che al riparo di una falsa bandiera eco-bio-ambientale, tacciono?

Vi riporto quanto ha scritto un produttore, ma non è l'unico, ve lo assicuro.

Ivan - 07.01.2011 17:01

Ringrazio anche io per i vostri continui aggiornamenti.

Purtroppo anche noi siamo nella stessa condizione della sig.ra Annalisa, la nostra azienda a conduzione familiare è ferma dal 21 dicembre per mancanza di ordinativi a causa dell'incertezza e delle notizie che corrono in rete e sui giornali.

Proprio oggi abbiamo avvisato i dipendenti che non riapriremo l'attività il giorno 10/01 come previsto, ma terremo ancora chiuso in attesa di notizie certe, e si prospetta per loro il licenziamento se a breve non riusciremo a ripartire.

Perchè oltre a non avere ordini e non sapere cosa fare, corriamo il rischio di produrre materiale che poi ci rimarrà in magazzino.

In questo momento, i biopolimeri sono praticamente impossibili da trovare, quel poco che c’era è stato acquisito dalle grandi aziende e noi piccoli siamo rimasti tagliati fuori. Potremmo produrre con Ecm, ma finche non è chiara la legge come facciamo ad esporci a questo rischio?

Noi come altre piccole aziende del nostro settore non abbiamo avuto la possibilità di convertire la produzione ai Biopolimeri in “così pochi giorni”, poiché i tempi ed i costi di adeguamento impianti sono esorbitanti.

Si parlava di scaglionamento a partire dalla grande distribuzione, e così avremmo avuto il tempo per organizzare anche le linee di produzione, dal momento che noi serviamo piccoli negozi ed esercizi commerciali, ma così è impossibile adeguarsi, fino al 10/01 buona parte delle aziende che costruiscono macchinari sono chiuse e quindi non abbiamo nemmeno potuto trovare soluzioni con fornitori e costruttori o accordi commerciali con chi fornisce le materie prime.

Capisco che il passaggio al biodegradabile è una rivoluzione, ma dopo tutto ci devono dare anche i tempi per poterlo fare, così stiamo seriamente rischiando di fallire e perdere tutto quello che abbiamo investito da una vita intera. A volte si leggono notizie molto più importanti che riguardano leggi e/o decreti per la nostra salute e/o cure che rimangono in stand-by per anni e qui invece si è fatto il conto alla rovescia di chi faceva scattare il decreto nel più breve tempo possibile.

In Europa studiano e propongono soluzioni con plastiche riciclate come di recente ha fatto anche la Svezia, in America aboliscono il bando ai sacchetti previsto per il 2012 e noi in Italia andiamo in contro tendenza anticipando tutto e mettendo in crisi un’intero settore.

Scusate lo sfogo e se mi sono dilungato, ma se anche voi avreste investito “tutto”, come ha fatto la mia famiglia, nella propria attività per poter sopravvivere e continuare, ed un bel giorno ti mettono alla gogna senza darti il tempo di riorganizzarti, capireste il nostro stato d’animo.

Se volete leggere da dove arriva lo sfogo del sig.Ivan, andate qui http://www.ecodallecitta.it/notizie.php?id=104820